26.06.1978

Quando Mina voleva dire seduzione

di Maurizio Chierici - Corriere della Sera


MARINA DI PIETRASANTA - Sembra un paese distratto; non lo è. Ce ne siamo accorti facendo da nota ad un avvenimento che nelle premesse pareva non sconvolgere: Mina torna a cantare. Qualcuno non sapeva nemmeno avesse smesso, per una storia di tasse forse non pagate, gruzzolo enorme che il fisco reclama, e porta via fino all'ultimo centesimo la borsa di ogni esibizione. Allora, giustamente, l'idolo si infuria: preferisce ritirarsi. Ma è difficile vivere senza applausi. Dopo sei anni si lascia tentare da duecento e tanti milioni per quattordici serate. Arriva su una Mercedes blu targata Zurigo: non è la cantante Mina, ma l'impiegata Anna Maria Mazzini, stipendio fisso da una casa discografica di Vaduz con sede di rappresentanza in Svizzera.
Un gioco di ombre che, probabilmente, portano alle tasche della signora. Probabilmente: perché i milioni di oggi sono finiti in quel sacco senza nome, ma proprio perché senza nome nessuno riconosce le mani di chi lo tiene aperto. Su questi particolari, il paese magari si distrae, per il resto no. Mina torna, e già in aprile arrivano a Sergio Bernardini vaglia telegrafici. Da Arezzo spediscono quattrocentoventimila lire, ventun posti di prima fila: anticipati per non rischiare l'emarginazione. Mina torna, e i primi seimila biglietti sembrano regalati: in un momento non ce n'è più. "A suo modo - spiega il letterato austero che arriva trafelato dal Premio Viareggio, negli ultimi intermnabili minuti di gomma (si allungano, si allungano) che precedono l'apparizione - a suo modo è l'evento più importante dell'anno". Non c'è bisogno di ripeterlo, basta guardare la gente che pesta i piedi sul parquet travolta dalla febbre di questo sabato sera: pare non riesca ad attraversare gli attimi superstiti della lontananza. E quando Walter Chiari, che fa da prologo, guarda l'orologio e si lascia scappare "adesso arriva una donna vera, coi suoi anni veri", dio santo chi tiene più la folla. Gli anni di Mina sono 38 che è l'età più larga di chi è seduto e aspetta. L'ultima giovinezza di signore ancora un po' pallide dentro i vestiti colorati dell'estate. Sono cresciute con questa voce, e la nostalgia ritorna per tutta la sera con boati di approvazione appena Mina lascia perdere le novità e tocca il tasto del ricordo. Una specie di graffiti italiani: trasformano perfino chi canta.
Nel cerchio del riflettore svanisce la signora robusta, avvolta in larghi veli neri, come un soprano che non può permettersi languori, e rispunta l'adolescente dalla faccia spiritata di vent'anni fa, i famosi ultimi anni Cinquanta. Famosi per chi li ha vissuti nel momento della speranza: è di ogni generazione il credere che la propria giovinezza non abbia eguali nella storia. Sino a quel momento la Lollobrigida incarnava l'ideale erotico di una certa Italia sonnolenta, conformista e rispettabile con "un piede in chiesa e uno in casino" (come diceva Manzoni parlando del Tommaseo) ed ecco arriva questo personaggio irritante, con filastrocche che sconvolgono l'ordine dei buoni sentimenti musicali. "Tintarella di luna", "Le mille bolle blu", "Una zebra a pois", ma chi la capisce? Subito, Salvatore Gotta e Indro Montanelli, suoi primi apologisti. Carlo Lorenzi le dedica un elzeviro. Subito, tutte le ragazze di allora che stasera l'ascoltano e sembrano in chiesa, come lei ormai un po' gonfie, le prime rughe, gli occhiali indispensabili per avvicinare il palcoscenico.
Ne hanno invidiato l'anticonformismo che scandalizzava le madri. A Mina nasce un figlio, non sposata. Ma lo scandalo è un altro, e ben più grave: non si vergogna. In pubblico è normalmente tenera verso il bambino come una donna con casa e marito. Se ne preoccupa perfino l'Almanacco letterario Bompiani, e due intellettuali, che oggi sbalordiscono per anticonformismo, interrogati rispondono seriamente: "I lettori dei giornali hanno un senso vivo e vigile della morale. I giornali entrano in casa. Non bisogna turbare i familiari con Mina che ha il figlio illegittimo in braccio". E' solo la morale dei padri: i figli tengono per Mina.
Che cancella le malinconie casalinghe di Nilla Pizzi e i binari morti di Luciano Tajoli. Corre con ottimismo verso il futuro gridando "Nessuno ti giuro nessuno nemmeno il destino ci può separare...". Ha perso, invece, tanti uomini: morti, lasciati. Ed è veramente triste che nel poster distribuito dentro lo spettacolo, il risvolto sia dedicato alla mitologia pettegola di questa donna. La propria vita in pillole: adesso ti faccio sapere con chi ho fatto l'amore. Stasera: Mina alza il braccio e sembra una statua liberty paludata di veli funebri, pallida e nera, il microfono al posto della torcia votiva. Non nasconde niente. Non nasconde i tanti chili in più, il sudore che le annega la faccia spietatamente illuminata; le sue vecchie gags, l'ancheggiare, la risata provocante continuano con ironia un discorso che venti anni fa era di seduzione.
Quando Mina piega l'ultima nota sono le coetanee a gridare "brava": pare d'essere in uno stadio per sole donne. Se i mariti vanno alla partita per sfogare la violenza repressa (chissà se i sociologi indovinano davvero la verità), le signore urlano il loro applauso a chi trasforma in spettacolo nevrosi accumulate negli anni. Ma Mina è furba: canta la biografia senza speranza di tutte, facendo poi balenare la scelta femminista del rifiuto. Gira le spalle al pubblico che prima applaude, poi s'innervosisce, e alla fine invoca (anche se ha pagato mille lire a canzone, e trema all'idea del buio che sta per calare sulla ribalta): "Mina, Mina: guardaci".
Di colpo lei guarda, singhiozzando. "Ricominciare, che senso ha...": i fiori adesso piovono persino coi vasi. Si ha l'impressione che nel bene e nel male, in qualsiasi sciocchezza, il pubblico cerchi in lei se stesso.
Mi ricordo di Jimmy Durante, a Las Vegas. L'ho visto mentre per il milleottocentosessantunesimo giorno ripeteva uno dei quattro show della sua giornata. Sordo, ottantun anni, non sentiva la musica. Ballava fuori tempo, cantava stonato. Eppure certi vecchi signori arrivavano da New York due volte all'anno, per riascoltarlo.
Riascoltare se stessi e tutte le cose liete che Jimmy Durante ormai prigioniero di una roulotte che parcheggiava dietro le quinte (si trascinava a stento fin sotto i riflettori) riusciva loro rievocare. Mina, e la sua nuova prima sera. Sta per finire l'ultimo motivo: la gente trema all'idea che sia l'ultimo. "Resta, resta", ma lei, per contratto, deve andare. E poi la stanchezza le ha sbiancato ancora di più la faccia. Tenta di far capire che "l'importante è finire", ma seimila persone si disperano e dicono di no. "Continua, continua...". Invece sparisce. Si rifugia dietro al tendone, una delle gabbie private di questo circo canoro. E, davanti alle grate, si accumulano fiori e facce. Lo scrittore, il politico, l'autorità. Perfino l'umorista appare turbato. Arriva Luciano De Crescenzo: vuole complimentarsi, ma non la conosce. Eccolo davanti alla trafelata signora. "Il suo libro mi è piaciuto proprio tanto". Mina, con occhio stanco, tenta il salotto letterario. Come lo dice bene! E DeCrescenzo arrossisce sotto la barba.

Maurizio Chierici



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