05.02.1995

Fellini, un amore per Mina

di Sandro Bolchi - La Stampa


"Ha una voce infuriata. Urla, urla la sua smania di vivere. E' un' acrobata. Le note si rincorrono sul filo per poi aggrapparsi al trapezio e buttarsi giù, senza rete. E' un' anima lunga di Cremona. Un torrone con gli acuti, capisci? Si fa chiamare Baby Gate. Vorrei averla con me. Adesso mi tocca un tenorino alla Claudio Villa, dalla gola smilza, che canta all' antica italiana. I ragazzi lo beccano, "torna in chiesa", gli dicono, "sembri un chierico"".
Era Macario a parlarmi mentre, in camerino, tentava di bloccare il ricciolo tirabaci che aveva sulla fronte. Dal palco arrivavano i flebili accordi dell' orchestrina. "Ma li senti? Il trombone ha l' asma, al violino manca una corda, la grancassa perde colpi su colpi. I tempi cambiano, i giovani rischiano di andar via dai teatri. Mi ci vorrebbe una come quella. Le ho mandato un segnale ma lei finge di non averlo ricevuto. Io vado" Passò tra dodici ballerine fresche di giornata che però si lasciavano dietro un tenue odore di cipria un po' rafferma e di sudore appena sfiorito.
La vidi, una sera, in un locale. Macario aveva ragione. Era un grido incessante, pronto a spaccarsi in schegge di luna fosforescente. La sala era in piedi, i ragazzi ballavano come in un delirio. Lei giocava con le mani, tagliava l'aria infuocata per poi spegnerla. E l'urlo diveniva singhiozzo, riso, pianto.
La persi di vista per qualche tempo. Quando la rividi era nata Anna Maria Mazzini, detta Mina.
Era già un nome quando la rividi a Milano, in Galleria. Gran bella bestia: le gambe senza fine iniziavano dalle tonsille per allungarsi nel tentativo di squagliare il selciato. Capitò in un gruppetto di cantanti lirici che da sempre sostano al centro della galleria nella speranza di improbabili scritture. Mina si fermò un attimo per darsi un po' di rossetto. Poi scomparve. A guardarla c?erano un vecchio baritono oramai stordito dalle stecche, un paio di tenorini di grazia smunti e afflosciati, un impresario dal conto in banca rasoterra. "Quella è Mina, la grande Mina", disse l?impresario che si chiamava Calabri e comperava i tenori con il do immune da crepe (e siccome non aveva soldi, li pagava dando in cambio a un collega un contralto e un basso fortemente affaticato). "Ma Mina non è un tenore", disse qualcuno. Replicò Calabri: "Mina è anche un tenore. Mina è tutto. Con un po' di studio può farmi Leonora nel Trovatore. Ma l'avete sentita? E' un ibis...". Seguì un silenzio sospettoso. "Ma cosa dici, l'Ibis non canta...". Fu allora che Calabri si arrabbiò: "E' comunque un uccello esotico, di quelli che volano nei libri di Salgari. Lanciano suoni che ricordano il fremito delle frecce nella cerebottana. O i gemiti da orgasmo della foresta quando stenta ad addormentarsi...". Intervenne il baritono, con una risata di scherno. "Ma come sei poetico. Mi sembri Francesco Maria Piave, il librettista di Peppino Verdi...". Calabri lo zittì, tirando fuori una carta gialla, di quelle che usano nelle salumerie. "Le faccio firmare una opzione senza anticipo". Vi fu un applauso. Il baritono tentò di attaccare "...cortigiani, vil raza dannata", ma smise subito, travolto da una tempesta di catarro.
Calabri guardò in fondo alla galleria, ma Mina non c' era più. "Me l' avete fatta scappare, uomini di poca fede. Ma io saprò raggiungerla. Non capite che quella lì ha il vento nella voce?... Sapete cosa vi dico? Mi ricorda la Callas!".
Mina, dov' è Cremona? "Vicino al cuore", mi ripondesti. Capitai per caso nella tua città, d' estate. Ricordo le strade esitanti, né piccole né grandi, le piazze svogliate, i giardini inerti. Mi dissero che c' era un vecchio portinaio che ti conosceva bene. "Chi? La Mina? Se aspetta un po' la vede passare. Pare sia in città. Da bambina giocava nello spiazzo di fronte. Aveva sempre una palla di gomma un po' sgonfia che non rimbalzava mai. Le piaceva stare da sola. Se cantava? Una volta, mi pare, iniziò il "caro nome" dal Rigoletto. Ma si vergognò e scappò via".
Da una finestra aperta scivolò giù Il cielo in una stanza. Il portiere, che ogni tanto si attaccava ad una bottiglietta di birra tiepida, parve commuoversi. "Non urla più, sente? E' proprio una bella canzone d' amore. Del resto Mina ha avuto sempre un gran bene nel cuore". Prese da una sedia vicina un giornale sportivo. Lo aprì: "Vede? La Mina mi ricorda Gigi Riva. Quando canta, va sempre in rete e fa gol. Gli altri, anzi le altre, segnano poco. La Milva ha una voce grassa e il pallone lo sbatte sulla traversa. Non c' è niente da fare. Non c' è niente da fare, di Mina ce n'è una sola. Ma si segga, non vada via. Tra un po' passerà di qui. Gliela presento. Magari le regala anche un disco...Io vado a dormire, le lascio la mia poltroncina". Attesi Mina per un' ora, ma senza successo. Così andai in una piccola pasticceria aperta e mi comperai un pezzo di torrone e quattro etti di bigné.
Quando Mina cantava alla Bussola di Sergio Bernardini, il famoso locale di Focette, la Versilia diventava Nashville. Come in quel film, i ragazzi arrivavano da lontano: a piedi, in moto , in bicicletta. Sfilavano contro quei tramonti color viola, perché era vicina la notte. Cantavano le canzoni di Mina: si salutavano a gran voce, come se corressero verso una saga. Il lungo viale, usciti i ragazzi, si trasformava in una immensa auto, tante erano le macchine che lo intasavano. Dal mare, le barche dei "mangiaostriche", come chiamavano da quelle parti gli industriali, gli imprenditori. Tra loro c' era anche re Faruk, con la stiva piena di rose, per la signora Mina Mazzini.
Erano serate zeppe, e finivano tra grida e applausi, verso le due. Una volta si andò anche oltre. Con tre io quattro amici, Mina ed io decidemmo di andare sulla spiaggia. Faceva freddo. Mina indossava un cappotto da marinaio. Ci sedemmo su di un pattìno. Tirava un vento secco e cattivo. "Fa male alla voce, ma non me ne frega niente. Sono stanca, ho la gola in demolizione. Venti canzoni sono tante. Vorrei piantar tutto e andar via. Buttar fuori dalla finestra i lustrini e le parrucche. Dormire e mangiare molte scodelle di minestrina in brodo, sai che ne vado matta. Ah, poter ingrassare! Ma domani sera si ricomincia. Verranno anche i miei amici del complesso "I four saints", che mi acompagnavno quando ero Baby Gate. So già che mi chiederanno ...e se domani. Adesso l' amo, questa canzone. Ma l' ho odiata per molti mesi. Non la canterò mai nelle serate, dicevo. La detestavo. E scolpii il titolo sopra una panca, usando un coltellaccio. La volevo vedere morta? Certo, perché non avrebbe mai avuto successo... Che maga, Mina.
Roma, lungotevere Michelangelo. Ero in macchina con Fellini e con Nino Rota, che dormiva sul sedile posteriore, perché era notte fonda. A Fellini piaceva guardare la città tra una stella e l' altra. Fermarsi ogni tanto, e parlare.
"Vorrei fare un film con Mina, mi credi?". Rota aveva cominciato a russare teneramente, come un bimbo dallo stomaco troppo pieno. "Certo - risposi ? piacerebbe anche a me". Fellini si voltò. "E tu, Nino, cosa ne pensi?". Rota ebe un singulto, quasi gli avessero tolto il biberon. "Mina? Canta benissimo, non stona mai, è quadrata, ha anche i sopracuti... Ma credi che raccontare la sua vita sia interessante?". Federico gli mollò un buffetto sulla guancia e Rota si riassopì subito, sotto il peso di una rusata più cospicua. "Nino non ha capito. Io vorrei Mina come protagonista del mio film Il viaggio di G. Mastorna. Mi serve una donna immensa: quindi Mina. Ho disegnato per lei delle facce tenere e smaglianti. L' ho immaginata in un circo mentre casca dall' alto sopra un cavallo bianco che nitrisce. E lei canta per superare quei nitriti. Un gioco. Oppure vestirla da domatrice e metterle in testa una parrucca strabocchevole, una collina del disonore, folta di capelli biondissimi: o rossi. O anche verdi. E farle cantare una ninna-nanna ai leoni".
Rota aprì un occhio. "Ma perché non la sfrutti per un commento musicale? La ragazza ha un?orchestrona in gola. Una lunga acrobazia di vocalizzi ora morbidi, ora aggressivi, ora estenuati, ora strazianti? Sarebbe un?idea". Fellini rimise in moto l?auto. "Dormi, Nino, dormi. Io vorrei provarla come attrice. Mina ha la faccia della luna. Gli occhi sono dolci e crudeli. La bocca chiama dal cielo le comete: basta un fischio. Poi è tanta. Il mio amico Sordi dice che è "'na fagottata de roba". E' un tipo che entra nelle mie storie. Avrebbe fatto bene anche la Gradisca. Bisognava imbottirla un po', disegnarle una faccia pingue. Ma Mina non vorrà mai farsi vedere in un film, vero Nino?"
Rota era rientrato in un sonno alto e impenetrabile. Allora, rivolto a me: "Ma tu cosa ne dici?". "Sono d' accordo". Era scesa una nebbia he aveva oscurato i vetri dell' auto. Era nebbia di fiume, pulita, chiara. Federico guardava una donnona in minigonna, Rota sognava ad occhi aperti. Io, con un dito, scrissi sul vetro del finestrino: "I love you, Mina".

SANDRO BOLCHI

Sandro Bolchi



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