18.10.1995

Mina fragile come un biscotto

di Marinella Venegoni - La Stampa


Lugano. Che vorrà dire "Pappa di latte"? Niente, naturalmente, come niente voleva significare l?anno scorso il bizzarro ossimoro "Canarino Mannaro". Il titolo del nuovo doppio album con il quale Mina torna ? come sempre il 21 ottobre in tutti i negozi ? serve al massimo di pretesto per la golosa copertina che la ritrae vestita di una tovaglia, sullo sfondo di un biscottone, con dei cannoncini che le incorniciano il viso, riccioli mangerecci che rimandano forse ad una metafora del gagliardo e leggendario appetito di Nostra Signora della Canzone Italiana. Si vendono pochi dischi? Ecco che Mina irrompe con un?offerta concorrenziale, venti canzoni di cui ben tredici inedite, scelte come sempre con un criterio del tutto personale, pescando fra le due/tremila cassette che le arrivano ogni anno da professionisti e debuttanti di tutto il paese; metodo bislacco, se vogliamo, ma che diventa il termometro della fantasia musicale nostrana. E anche Mina deve arrendersi, quest?anno. Il momento storico è di bassa creatività, nuovi spunti stentano a nascere e i professionisti che hanno una bella canzone se la tengono nel cassetto per il prossimo disco, mentre sempre meno geni si rivelano. Non bastano gli arrangiamenti virtuosi di Massimiliano Pani, l?esecuzione impeccabile dei musicisti né la storica bravura della Nostra ? in perpetua, splendida forma vocale e interpretativa ? a nobilitare brani destinati a non durare nel consumo collettivo. E? questo il limite oggettivo di "Pappa di latte". Al coraggio dell?artista (che potrebbe invece scegliere agevolmente in uno sconfinato repertorio consolidato) non corrisponde una resa adeguata. Dei 13 inediti si riesce a stento a salvare una manciata, è debole "Donna, donna, donna" di Bizzarri ?Cocciante, drammatico canto di un gigantesco travestito eseguita con bassissima tonalità; di tre brani degli Audio 2 ? i cloni di Battisti scoperti dalla stessa Mina ? al massimo uno riesce a reggersi pienamente. Quasi sono meglio, nella loro cantabile fragilità,un paio di pezzi giovani e freschi: "Per te che mi hai chiesto una canzone", che Mina esegue in coppia con l?autore, il ventunenne Filippo Trojani, e "Timida" di Maria Enrica Andolfi, il cui testo è probabilmente risuonato familiare a Nostra Signora: "Vi basterà guardarmi in faccia/ ecco che divento rossa/scapperei via di qua".
Una curiosità testimonia le difficoltà di Nostra Signora nel mettere insieme un repertorio convincente. Fra gli inediti c?è un brano di Chiosso-Lelio Luttazzi che risale ai primi Sessanta, "Chiedimi tutto", con forti sapori da "Studio Uno": "Non voglio trascinarmi per i night clubs / a bere whisky e cha cha cha". E? buffo constatare la totale scomparsa di quelli che erano 30 anni fa dei must nei consumi giovanili. Ma chissà perché, la simpatica polverosità del brano risulta alla fine più gradevole di molte arzigogolate melodie appena composte.
Più confortante l?ascolto della seconda parte di "Pappa di latte", con una Mina straordinariamente (esageratamente?) eclettica. Si apre addirittura con un medley curiosissimo, addirittura "Night in Tunisia" di Gillespie che sfora poi in "Penso positivo" dove la Voce reinterpreta alla propria maniera il rap di Jovanotti, e infine in "Copacabana" di Manilow, datata Anni 60. C?è un omaggio a Mia Martini, "Almeno tu nell?universo", che creerebbe un?avvincente gara di interpreti se la povera Mimì fosse ancora qui; c?è una specie di divertissement "More than words" degli Extreme, che Mina canta sottolineandone l?aspetto melodico, in duetto con la figlia Benedetta. E anche questo particolare dimostra come Nostra Signora resti veramente un caso a sé el mercato della musica: in qualche modo il disco ha il sapore del prodotto fatto in casa, che non bada né alle regole dello star system né alle mode del momento; un?arma a doppio taglio, un rischio che Mina corre con tranquillità. Forse anche perché, in una impennata di orgoglio, le ultime canzoni rinviano all?interprete più classica (e meno ciabattona) che conserva altissima dignità. Non solo "Sincerely" o la gershwiniana "They can?t take that away from me", ma anche una versione minesca di "Every brath you take" dei Police e soprattutto due brani in spagnolo "Porque tu me acostumbraste" e "Encadenados", degni della sua tradizione migliore.

Marinella Venegoni



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