26.09.1996

Mina, il ritorno

L'Espresso


Distante, inaccessibile, invisibile. Eppure amatissima.
Anzi, in assoluto la più amata. E attesa. Con milioni di italiani che ancora sperano nel miracolo. In una sua apparizione. L'ultimo appello lanciato in TV risale allo scorso anno: con un programma speciale: "Aspettando Mina", conduttore Arnaldo Bagnasco, poveretto, che tutto trafelato, dal piccolo schermo supplicava la Divina di dare un segnale. Di liberarci per sempre dall'insopportabile peso della sua assenza.
Niente da fare. Da anni, per l?esattezza diciotto (dal 1978), Mina non compare in pubblico. E su questa assenza, come e meglio di altri ilustri desaparecidos della canzone (primo fra tutti Lucio Battisti), ha costruito il suo mito. Da allora, l'unica traccia che Mina esista davvero è la voce. La sua meravigliosa voce e i suoi dischi. Cofanetti di due cd (uno di successi e uno di nuove canzoni) che puntualmente, ogni autunno, Mina spedisce nei negozi dal suo brumoso Olimpo in quel di Lugano. E la gente li compra, più che altro come atto di fede, dato che di anno in anno si sono fatte sempre più rare le canzoni degne di essere ricordate.
Ma adesso, sorpresa, Mina volta pagina e non solo spara un nuovo album, "Cremona", con dieci nuove canzoni sorprendentemente fresche e ispirate, ma addirittura si concede senza trucchi (o quasi) nelle foto di copertina che la ritraggono avvolta in un abito fiabesco, creato per lei da Gianni versace. Un evento, insomma. Che i media si apprestano a celebrare con il dovuto risalto. La Sperling & Kupfer, per esempio, pubblica una biografia della cantante dal titolo "Mina, mito e mistero" di Nino Romano, che promette di svelare (ma le novità sono poche) vita, amori e retroscena professionali della più grande cantante italiana di tutti i tempi. L?inserto "Musica!" del quotidiano "La Repubblica" le ha affidato una rubrica intitolata "Ragazzi spegnete la TV". E Retequattro coglie l'occasione per trasmettere "Mina Anna Mazzini" (domenica 22, ore 20,40): uno special concepito come un omaggio "non a Mina, ma questa volta soprattutto ai telespettatori" (stando alla definizone del suo ideatore Paolo Piccioli) data l'abbondanza di immagini inedite e schegge tv con cui si ripropone la leggenda-Mina.
Un mito pronto a riesplodere, ogni volta che Mina decide di concedersi con qualche nuovo blitz: un disco, una sigla televisiva, una fotografia. Il perché resta un mistero. Certo: "Mina ha camminato di pari passo con un?Italia che si trasformava, col boom economico, la rivoluzione sessuale, la minigona, la contestazione, il femminismo", spiega il suo recente biorafo Nino Romano. La sua voce inconfondibile ha interpretato la colonna sonora dell?epoca. In circa 35 anni di attività Mina ha inciso 78 album, interpretato più di mille canzoni e venduto 75 milioni di dischi. Un bel record! Ma tutto ciò non basta a spiegare come mai la sua popolarità sia rimasta inalterata.

MORBOSA CURIOSITA?
Da quasi vent?anni Mina on concede interviste, non si lascia avvicinare da nessuno. È irrangiungible. Una specie di Greta Garbo. "Dopo tutto questo tempo poteva essere dimenticata e, invece, basta un?apparizione televisiva di un vecchio spezzone per scatenare il delirio", fa notare Paolo Limiti, ideatore di "Viva Mina" (1995) e di "Ancora Viva Mina" (1996), due incantevoli special televisivi trasmessi da Raitre. Una raccolta di rari spezzoni: dalle storiche edizioni di "Studio Uno" alla serie dei suoi Caroselli per Barilla e Tassoni fino al culto assoluto di "Ancora ancora ancora" (sigla di coda del programma "Mille e una luce", anno 1978), tutto giocato sui primi piani della bocca di Mina. Un'esplosione di sensualità, allusiva e provocatoria, che a tutt?oggi mozza il fiato. Anche perché quella fu l?ultima apparizione di Mina in tv. Il suo fermo immagine. "Ricordo che dopo quella mia trasmissione", racconta Limiti, "migliaia di fans presero d'assalto i negozi Ricordi, a Roma e a Milano, svuotandoli di tutti i dischi di Mina disponibili. Tutti, tranne l'ultimo che rimase negli scaffali". Un episodio forse marginale, ma anche il segno che non sono tanto i novi dischi, quanto l?assenza di immagini ad alimentare il culto e la morbosa curiosità del pubblico nei confronti di Mina.
Da anni i racconti e le indiscrezioni che trapelano sula sua vita blindata alimentano i titoli dei rotocalchi: "Mina grassa e depressa", "Mina ritorna". Ma da parte sua niente repliche o smentite. Come se tutto ciò non riguardasse lei, piuttosto un suo alter ego virtuale. Altro che montarsi la testa. La leggenda vuole infati che la prima a infischiarsi del suo mito sia proprio Mina: "Un Natale di qualche anno fa", ricorda ancora Limiti, autore per lei di diverse canzoni di successo, "stavano trasmettendo in TV un vecchio sketch tratto da Studio Uno. Appena lo vide Mina mi disse subito di spegnere:"Ancora quella lì! Basta, non la sopporto più"".
Antonello Falqui, regista di Studio Uno e di buona parte delle miriadi di schegge e frammenti televisivi che costituiscono il più prezioso tributo al suo mito, ricorda l'esordio in tv di una superba Mina strappata a un futuro di ragioniere e perfettamente a suo agio nel ruolo di soubrette: "Aveva seno enorme, coscia lunga e fianchi poderosi. Era di una sensualità prorompente, ma assolutamente fuori moda. Allora andava il modello "ferro da stiro", donne emaciate e senza seno. Così, per nascondere le sue forme giunoniche, ci toccava vestirla con abiti stile impero, tuniche lunghe fino ai piedi, mantelli enormi". (Famosa la battuta di Totò:"Tra noi si è formata una vera e propria Piacenza", rivolto a Mina guardandola dal basso in alto). "Anche nelle riprese", prosegue Falqui, "bisognava stare attenti: sempre di tre quarti e possibilmente sempre il suo profilo migliore, il sinistro". Insomma l'immagine di Mina rispondeva già alle esigenze di uno starsystem, sia pure povero e artigianale. E lei? "Durante le prove, al Teatro delle Vittorie, mangiava quintali di salamini alla cacciatora e beveva champagne", ricorda Falqui. "Insomma un po' se ne fregava, poi però si sottoponeva a diete massacranti. Perché in fondo alla sua immagine ci teneva moltissimo".
Mina perennemente in lotta con se stessa: a volte indomabile, vulcanica, travolgente, altre vulnerabile, pigra, piena di paure. Amata e criticata, sexy e trasandata. Contraddizioni che ormai fanno parte della sua leggenda. Come quella che da anni la vorrebbe trasformata in una tranquilla casalinga. Una donna isolata dai rumori del mondo, tutta intenta a sferruzzare a maglia, a preparare dolci e succulenti manicaretti per il compagno, i figli, il nipotino, gli amici. Invece rieccola in posa sulla copertina del nuovo album "Cremona", avvolta in uno scenografico mantello di Versace, come una maestosa regina della notte. "Il filo conduttore è sempre quello dell?ironia e della follia", dice Mauro Balletti, il suo fotografo. Sempre lo stesso, da ventitré anni. Così come il profilo: il sinistro. Ma per la prima volta Mina si concede all'obbiettivo senza ricorrere agli artifici fantastici delle sue copertine precedenti, dove appariva deformata come un ritratto picassiano ("Del mio meglio n° 7"), truccata da donna dell'espressionismo tedesco ("Catene"), travestita da proiettore cinematografico ("Sorelle Lumière"). L?altra novità riguarda il disco (un solo album con dieci nuove canzoni) che finalmente interrompe la noiosa sequela dei doppi album. Tanto entusiasmo e voglia di ricominciare, insomma, sono le premesse di questa nuova avventura discografica di Mina, sganciata finalmente dai luoghi comuni che zavorravano la sua stessa leggenda. Come quello secondo il quale il suo pubblico sarebbe formato da uno zoccolo duro di 40-50enni preda della nostalgia anni Sessanta.

CANTARE E STUPIRE
E infatti: "Mina continua ad avere con i giovani un rapporto strettissimo", racconta il figlio Massimiliano Pani, da anni suo arrangiatore. "Anche con le canzoni che compongono questo album, scelte da lei fra migliaia di provini, sono state composte quasi tutte da autori giovanissimi e semisconosciuti". In una di queste, "Dottore", parodia tragicomica di una seduta psicanalitica, troviamo Mina protagonista con Beppe Grillo in un travolgente rhytm 'n' blues: "Dottore, mi sento sempre fuori posto / come un applauso fuori tempo, come una suora in mezzo al bosco? / se nel frattempo volesse darmi un ansiolitico / un antibiotico omeopatico o quello che c'è / perché ho il circuito che si è interrotto / un tour psichiatrico, tra me e me".
Un altro pezzo destinato a far breccia nel pianeta giovani è "Ricominciamo", vecchio hit di Adriano Pappalardo, reinterpretato in maniera geniale da Mina e lanciato come sigla da "Mai dire Goal", programma cult dei ragazzi d'ogni età. "Quelli della Gialappa?s ci telefonarono un venerdì per chiedere a mia madre se se la sentiva di cantarla. Aggiungendo che avremmo avuto solo due giorni di tempo per la consegna. Un'impresa impossibile", ricorda Massimiliano. "Ero certo che avrebbe detto di no, come al solito. Invece con mio grande stupore ha accettato al volo. Tre ore dopo il pezzo era proto".
Nel complesso "Cremona" è un album molto eterogeneo, senza un vero e proprio filo conduttore, se non il piacere di cantare e di stupire. Un esempio è il brano intitolato "Boh!" scritto dal figlio Massimiliano che spazia dall'acid jazz alla bossa nova alla rumba gitana e dà modo a Mina di sfoggiare le sue doti di interprete surreale. "Mina è talmente brava che potrebbe cantare anche l?elenco del telefono", disse una volta Alberto Testa, l?autore di "Grande grande grande". E? sempre Testa l?autore di "Volami nel cuore", la canzone in cui Mina prova tutta la sua estensione vocale, volando via leggera, dove le pare. Tempo fa il musicologo Luigi Pestalozza scrisse di lei: "Una voce può essere un'invenzione. Una voce può essere una scoperta. Penso a Cathy Berberian nell'avanguardia. Penso a Maria Callas per come ha cambiato il melodramma. E pesno a Mina. C'è stato qualcosa di comune nel loro modo di concepire la voce, anche come esperimento". Nel caso di Mina, l'esperimento continua.

Alberto Dentice.


MITI DELLA MUSICA - MINA SECONDO ARBORE
Peccato che sia italiana
Più brava di Barbra Streisand, di Bette Midler, di Liza Minnelli. E aveva ragione Louis Armstrong quando la definì "la più grande voce bianca del mondo". Con un unico difetto?

colloquio con Renzo Arbore - di Maria Simonetti

"La prima immagine che ho di lei, in tv, è mentre si agita
accanto a un juke box, portando il tempo all'americana e cantando alla maniera degli urlatori di rock'n'roll dell'epoca: "Nessuuno ti giuro nessuuno..". Allora, era la fine degli anni Cinquanta, si chiamava Baby Gate". Non è mai stato amico intimo di Mina, Renzo Arbore: però l'ha seguita come un vero fan, passo passo, lungo tutta la sua carriera. E oggi che è stato nominato direttore editoriale della Radio gli piace ricordare quando, nel '65, da programmatore radiofonico, mandava in onda di continuo i suoi pezzi perché, spiega, "un disco di Mina aggiungeva prestigio, e tirava su la scaletta".

<STRONG>Com'era dunque la ragazza Mina degli esordi?</STRONG>
"Magra e dinoccolata. Ma si muoveva con grande scioltezza, sicura di sé e dinamica. Per noi teen ager di allora era una sorta di Ambra ante-litteram, una giovane sorridente, un po' anticonformista, che diceva cose audaci e che, alla Bussola di Forte dei Marmi, si faceva fotografare in bikini "up to date", ridottissimi per l'epoca. Fece scandalo, tra i "matusa" del momento, quell'intervista in tv in cui lei, in mezzo a un mare di dischi sparsi sulla moquette (che faceva tanto nord perché al sud ancora non ce l'avevamo la moquette) dichiarava che leggeva solo "Topolino".

<STRONG>Ma voi giovani appassionati di musica avevate capito che Mina era una che avrebbe potuto sfondare? </STRONG>
"All'inizio no. Nell'estate del '59, per la verità, arrivarono da Ischia notizie che lì aveva avuto un gran successo, che razzolava per i locali di moda dell'isola animando le nottate con la sua grande simpatia. E si cominciava anche a chiacchierare di un flirt con Walter Chiari. Ma per noi, allora, Mina con il suo rock'n' roll d'imitazione americana faceva una musica troppo "modaiuola".

<STRONG>E poi? Cosa accadde? </STRONG>
La cosa cambiò quando sul mensile "Sette note" Mina confessò che ascoltava molta musica e che i suoi dischi preferiti erano quelli di Ella Fitzgerald e Sarah Vaughan, le due regine del canto jazz. Fu una folgorazione: capimmo che questa ragazza poteva effettivamente diventare una cantante seria. Aveva già fornito prove molto valide, come "Il cielo in una stanza" di Gino Paoli che interpretava con grande trasporto, e accanto a pezzi leggeri come "Tintarella di luna" e "Una zebra a pois", che le avevano già dato il successo, stava cominciando la sua escursione nella musica buona. Che rivelò subito il suo talento, lo swing, il ritmo e la sua splendida voce. Tutto il resto, poi, fu solo in salita?.

<STRONG>Ma quale fu la marcia in più di Mina? </STRONG>
"Innanzitutto il rapporto con i musicisti. Sia quelli delle orchestre della Rai che quelli del suo gruppo. Stava molto con loro e loro l'apprezzavano. Di solito i musicisti dell'orchestra rimangono lì dietro, in fondo al palco, e non intervengono. Con Mina invece c'era un feeling, lei parlava di musica sia con gli orchestrali che con i direttori, per esempio Bruno Canfora e Pino Calvi, perché era avida d'imparare. È proprio per questo rapporto che io la sento più come musicista che come semplice interprete vocale: ha sempre avuto quel magico affuatamento tipico delle grandi cantanti jazz con i loro musicisti. Oggi una come Mina, una sua nipotina, può essere considerata Giorgia: anche lei ha cultura e basi musicali solidissime, visto che si fondano su Aretha Franklin, la più grande soul singer di tutti i tempi".

<STRONG>Rispetto a colleghe d?oltre oceano come Bette Midler, Liza Minnelli o Barbra Streisand, che confronto si può fare con Mina? </STRONG>
"Innanzitutto bisogna dire che mentre molti cantanti nostrani hanno avuto ispiratori chiari - vedi la parentela che legava Domenico Modugno a Gilbert Bécaud, Luigi Tenco a Nat King Cole - la caratteristica di Mina è proprio quella di non poter essere accostata a nessuno. Tranne il primo periodo in cui imitava i cantanti rock'n'roll, assai presto Mina si è svincolata e ha trovato una sua voce assolutamente personale. Louis Armstrong l'ha definita "la più grande voce bianca dl mondo". Io condivido: ha più anima della Streisand, più fantasia della Midler, più gusto e preparazione della Minnelli. Ma Mina è italiana. Il suo unico difetto, casomai, è di esserlo rimasta, nel senso che non si è battuta per esportare la sua musica nel mondo. Del resto erano altri tempi. Solo oggi Eros Ramazzotti e Laura Pausini cominciano a uscire dalle nostre frontiere. Mi rimane il rammarico che non abbia avuto il successo internazionale che meritava".

<STRONG>E veniamo al suo album privato, Arbore. Lei, Mina, quando l'ha conosciuta? </STRONG>
"Negli anni Sessanta facemmo insieme una trasmissione, "Il mio amico flauto", dedicata al flautista Gino Marinacci. Poi ci siamo visti spesso alla Bussola. Finché, nel '70, ci venne a trovare mentre registravamo "Alto gradimento". Fu Guido Sacerdote, suo autore e produttore televisivo alla Rai nonché rimpianta "comare" dello showbiz, a dirci che arrivava: e noi goliardoni le organizzammo un bello scherzetto. Per scioccarla spogliammo letteralmente Giorgio Bracardi e gli piazzammo un microfono all'altezza del fondoschiena come se dovesse sonorizzare in maniera inconsueta la trasmissione. Quando Mina aprì la porta dello studio, si trovò Bracardi in piedi su un tavolo che gridava "Patroclooo" come un pazzo, a torso nudo e con le mutande calate. Ricordo ancora la risata liberatoria di Mina, durò dieci minuti".

<STRONG>Poi è cominciato il suo esilio. Lei come lo prese? </STRONG>
"Mi è dispiaciuto, certo. Però capisco che si possa rinunciare allo stress del successo, ai riflettori sempre puntati, così come erano strapuntati su Mina. Lei è stata una delle prime vittime del giornalismo scandaistico: le sue vicende personali erano trattate come lo sono, oggi, quelle della famiglia Ranieri di Monaco. Ed è comprensibile che, avendo ottenuto le sue soddisfazioni, abbia deciso di abbandonare la ribalta".

<STRONG>E dopo, l'ha mai più sentita?</STRONG>
"Quando facevo "Doc", nell'88, mi telefonò per dirmi che le piaceva molto la sigla finale, "Vatte a cuccà", e che se avessi composto un altro pezzo di quel tipo le sarebbe piaciuto inciderlo. Le risposi che ne sarei stato felice. Ma la canzone, poi, non l'ho mai scritta".

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