25.03.2000

L’irrazionalità delle sette e la forza dell’amore: IL PAPA CHE CI EMOZIONA



Questa non ci piace. Questa non basta. La nostra ordinaria, rozza, banale, semplice vita senza voli non ci basta. I nostri fratelli ci somigliano soltanto esteriormente e non ci riconosciamo neppure nei nostri figli, costretti a vivere un tempo così ferocemente spiacevole. Il resto dell’umanità non ci interessa gran che e abbiamo perso la voglia dell’esercizio dell’umiltà nel capire l’altro che ci sta di fronte. Qui non c’è felicità. Certamente non si può negare che ciascuno sia libero di trovare il proprio Eden in qualsiasi genere di scelta. Ma alla sola condizione di non distruggere se stessi e di non consegnarsi nelle mani ingorde di chi spaccia illusioni. Come è accaduto in Uganda.
L’irrazionalità delle sette, come la fede nella magia venduta in televisione, sono la tragica manifestazione di uno spiritualismo postmoderno, senza regole o dogmi, per una felicità che si compra e si consuma alla svelta. Messaggi apparentemente troppo forti per anime troppo deboli. Un mercato del miracolo che in realtà è il miracolo del mercato, che fa felici soprattutto quelli che hanno avuto la preveggenza di riconoscere il business. La scorsa settimana centinaia di persone sono state immolate in un raccapricciante sacrificio di massa. Se non fosse per il rispetto per i morti, bisognerebbe urlare contro queste letali miscele di sproloqui millenaristici e di rivelazioni mistiche ammannite dall’ultimo santone di turno, che predica improbabili finimondi da cui possono essere preservati solo quelli che si catapultano immediatamente in un’altra vita. Il predicatore ugandese aveva detto ai suoi seguaci che era arrivato il momento di vendere tutte le loro proprietà terrene e di prepararsi al Paradiso. E non possiamo non ipotizzare che, una volta assicuratosi che era stata eseguita la prima parte del suo monito, si sia dileguato non verso il Regno dei Cieli, ma verso più probabili paradisi terrestri.
E intanto, da un’altra parte del mondo, un uomo vestito di bianco, che dimostra molti più anni di quelli che porta sulle spalle, stremato e testardo, ci ricorda che “la religione non è e non può essere un pretesto per la violenza”. Quell’uomo ricurvo continua pervicacemente a credere che la pace e l’amore non siano ideali impossibili. Anche nel luogo degli odi tra ebrei e palestinesi. Anche nel museo dell’Olocausto. Il suo “non abbiate paura” lo ripete ancora oggi, “nella terra dove Dio scelse di piantare la sua tenda”. E così ci fa capire che non c’è bisogno di cercare salvezze artificiali attraverso la distruzione del proprio io. Il paradiso può essere già qui. A condizione di accettare la positività e la possibilità dell’amore tra gli uomini. Il Papa lo dice e si emoziona. Anche noi.

26.02.2000

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04.03.2000

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